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Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea

A cura di Elisabetta Barisoni

Prosegue anche negli spazi del nuovo MUVEC la fortunata attività espositiva concepita da Fondazione Musei Civici per Mestre.
Dopo i successi di Kandinsky e le avanguardie nel 2022, Chagall. Il colore dei sogni nel 2023, Matisse e la luce del Mediterraneo nel 2024 e Munch e la rivoluzione espressionista nel 2025, il nuovo capitolo attinge nuovamente alle ricche collezioni civiche della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.

La mostra presenta i protagonisti della Secessione viennese, Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, partendo dalla loro capacità di indagare l’anima umana attraverso il corpo, presentato in un modo diretto, a tratti brutale e sconvolgente.

Il corpo, reso con stile personale, è protagonista nelle figure nude di Gustav Klimt, raffinate, seducenti e inquiete interpreti delle riflessioni di inizio Novecento tra arte, psicologia e letteratura.
E ancora, il corpo scarnificato di uomini e donne, che diventano quasi manichini disumanizzati, è al centro delle opere di Egon Schiele, nelle quali emerge con forza il rapporto con la nascente psicanalisi. 
Ai due Maestri della Secessione viennese si aggiunge il genio fantastico di Oskar Kokoschka che, con una pittura vibratile ed espressionista, racconta le inquietudini di un’epoca giunta alle soglie della Prima Guerra Mondiale.

Il tema del corpo come rappresentazione e come simbolo, legato alla carne e alla psiche, non tramonta, ma ritorna con prepotenza nel periodo tra le due guerre, tra censura e felici espressioni di libertà, per poi tornare di nuovo centrale nella riflessione contemporanea.

Un filo rosso collega la filosofia, la psicanalisi, l’antropologia, la letteratura e le arti visive sviluppatesi in Austria e soprattutto a Vienna nei primi anni del Novecento (quella città che Karl Kraus definì “laboratorio per la fine del mondo”) alle rivoluzioni degli anni Sessanta e Settanta, che hanno gettato le basi del nostro presente.
L’arte di rottura e contestazione, dal Nouveau réalisme, all’Arte Concettuale, fino alla Body art e alle performance, ha recuperato la centralità del corpo traendo nuova linfa dalla lezione, brillante e tragica al contempo, della Vienna fin de siècle.

Nell’arte contemporanea il corpo emerge come campo di battaglia per eccellenza: dalle ironiche Sculture viventi di Piero Manzoni, alle mistiche Antropometrie di Yves Klein.
Il corpo si fa strumento dell’arte e diventa anche messaggio politico nelle opere di geniali interpreti della Body Art quali Ana Mendieta e Gina Pane. La pelle, la carne, il sesso e la fisicità diventano i mezzi perfetti per esprimere nuove inquietudini, che sono collettive, come la lotta al conformismo sociale, e al contempo individuali, dettate dal desiderio struggente di essere visti e di essere amati.

Un concetto espresso da Lea Vergine già nel 1974:
«Alla base della cosiddetta “body-art’ […] c’è la necessità (ciò che non può non essere) inappagata di un amore che si estenda illimitatamente nel tempo (la durata), il bisogno d’essere amati comunque, per quello che si è e per quello che si vorrebbe essere, con diritti illimitati (di qui la delusione e il fallimento inevitabili): quel che si chiama amore primario. L’aggressività che contraddistingue tutte queste azioni, eventi, montaggi di sequenze fotografiche, performances nasce proprio da questo amore non corrisposto».

 

La mostra è visitabile con l’orario e il biglietto del Museo.